Come indica una targa nella sua facciata Est, l’edificio del Centro sociale Falcone-Borsellino risale all’anno 1916. La ricerca nel nostro archivio comunale è stata in parte infruttuosa, ma in assenza della documentazione originale è stato tuttavia possibile recuperate informazioni interessanti, che ci aiutano a contestualizzare argomento e periodo storico.

Il Portone e le norme per la salute pubblica

Quello che oggi ospita il Centro, al n. 5 di via Fosse Ardeatine, era originariamente uno stabile colonico, adibito a stalla-fienile, inserito in una corte con più fabbricati, che comprendeva abitazione rurale, stalla, fienile, forno e porcile, parte del fondo agricolo denominato “Portone”, allora situato al numero 4 di via Ponente. Questa via è tutt’oggi visibile per un piccolo tratto corrispondente alla strada bianca e ghiaiata che dalla casetta dell’acqua di via Fosse Ardeatine conduce a Ovest, verso il centro stesso. Nel 1916 la via partiva da quella che allora era la via di Circonvallazione, nell’angolo Nord-Ovest del paese, nell’attuale incrocio tra le vie 2 Giugno e Fosse Ardeatine, per arrivare alla via Selvatico.
Al pian terreno, lo stabile presentava una zona a stalla con una struttura a volte in muratura, sostenuta da travi in legno, mentre un attiguo locale era destinato a magazzino, e il tutto era sovrastato dal fienile.

A quel tempo, le regole per la costruzione degli edifici erano dettate dal Regolamento di Igiene pubblica, promulgato dal sindaco il 9 febbraio 1894, norme che si proponevano di disciplinare costruzioni e ristrutturazioni di abitazioni, di stalle di animali bovini e suini, vigilanza igienica degli alimenti, vaccinazioni, l’esercizio ostetrico e la polizia mortuaria.
Nel testo si prevedeva che “le stalle destinate alla custodia di bestie bovine, porcine e lanute non potranno stabilirsi all’interno del Castello“ (termine molto utilizzato nell’Ottocento e primo Novecento per indicare il centro abitato del paese). Le eccezioni potevano essere concesse dall’Autorità municipale, in accordo con l’Ufficiale sanitario, qualora non risultassero contrarie alla salute pubblica.
Il regolamento prescriveva anche orari e modalita di svuotamento di stalle e letamaie, imponendo in particolare che il trasporto del letame avvenisse entro le prime 4 ore dall’alzata del sole, con l’unica eccezione consentita nel periodo invernale, quando la temperatura diventava molto rigida. Qualsiasi trasporto di questo materiale doveva avvenire al di fuori delle strade del Castello, percorrendo le strade esterne.
Anche l’apertura delle “vaccherie” e delle rivendite di latte poteva avvenire solo previa richiesta al Comune, nel rispetto delle norme igieniche e sotto controllo sanitario degli animali.

A San Giorgio all’allevamento dei bovini era dedicato un appuntamento molto importante il lunedì e martedì della seconda settimana di luglio, in occasione la Fiera dei Bestiami e delle Merci, grande mostra mercato che si teneva nel “prato della fiera”, allora posto all’angolo Sud-Ovest del paese, oggi corrispondente alla zona delle vie Fariselli e Gamberini.
In questa occasione, venivano organizzati concorsi per premiare i capi migliori, ma negli anni di guerra la manifestazione assunse toni più contenuti, rimanendo pur sempre un evento di rilievo per il paese. A riprova di ciò, nel 1915, in occasione della fiera, un decreto prefettizio autorizzò i cittadini dei Comuni vicini alla libera circolazione, in deroga alla limitazione degli spostamenti imposta dallo stato di guerra.

Negli anni della Prima guerra mondiale

Infatti, dal 24 maggio 1915, l’Italia era scesa in guerra, e anche i sangiorgesi vivevano le difficoltà di tutti gli italiani. La comunità del paese si trovò a convivere con problemi quali il richiamo alle ami degli uomini (che a volte erano indispensabili per il lavoro agricolo), il ritorno dei feriti, a volte anche gravi, le morti al fronte, i prigionieri da assistere con la Croce Rossa, la penuria dei generi alimentari e il razionamento, i profughi veneti ospitati, la paura delle prime incursioni aeree, i battaglioni di vari reparti militari che requisivano locali per sostare a San Giorgio. Infine, a minacciare la popolazione fu la diffusione dell’epidemia chiamata “spagnola”, che il nostro ufficiale sanitario seguiva e registrava in un diario giornaliero, annotando ammalati e morti.

La spagnola fu certamente l’epidemia più grave, ma periodicamente ondate infettive (difterite, tracoma, vaiolo e altre) affliggevano i nostri antenati, con grande sforzo delle autorità sanitarie e municipali per cercare di porvi rimedio e ridurne gli effetti.
L’amministrazione comunale del 1919 – la prima amministrazione socialista di San Giorgio – cercò di intervenire modificando i regolamenti edilizi, con disposizioni che miravano a rendere più salubri le abitazioni e a prevenire le malattie. Il Consiglio comunale non si limitò a irrigidire i regolamenti, ma predispose dei controlli per verificare le condizioni igieniche di abitazioni rurali, stalle e porcili, con sopraluoghi eseguiti da un’apposita commissione. Dopo queste verifiche, un verbale elencava i lavori da eseguirsi con urgenza per migliorare le condizioni igieniche, e successivamente venivano invitati “i signor padroni” a eseguirli.

La commissione visitò anche il fondo su cui ora sorge il Centro sociale e segnalò alla proprietà, in quegli anni del Sig. Cesare Codini, che “dal colono Reggiani porcili e pollaio in cattive condizioni e annessi alla casa il che richiedono isolati, piattaforma del letame uguale“. Una curiosità interessante, per chi sta scrivendo, è costituita dal fatto che l’elenco delle opere da eseguirsi è stilato da un ex amministratore socialista del nostro Comune, Luigi Fini, zio della scrivente.

Negli anni della Seconda guerra mondiale

Col passar degli anni, la storia dell’edificio è raccontata da Antonino Reggiani in un articolo dal titolo “La lunga storia della cascina degli Arsan”, inserito nell’opuscolo “1993-2003: i dieci anni del Centro Falcone-Borsellino di San Giorgio di Piano”.
Antonino ci ricorda come, nei periodi freddi, la stalla riscaldata dalla presenza degli animali diventasse un luogo dove radunarsi, conversare, lavorare. Durante l’ultima guerra, la cascina e l’aia antistante ospitavano persone che, al di fuori dal centro abitato, cercavano un luogo sicuro dai bombardamenti, mentre nel 1943 fu costruita una piattaforma sopra al fienile, con la funzione di torre d’avvistamento per allertare la popolazione di possibili pericoli.

Dalla fine del 1943 alla primavera del 1945, i tedeschi occuparono la cascina, requisendo le mucche per l’alimentazione dei loro soldati e riempiendo la stalla di cavalli, usati per il trasporto di viveri e munizioni al fronte. La stalla tornò alla sua funzione di ricovero degli animali dalla metà degli anni Cinquanta, quando le mutate condizioni di vita consigliarono alle famiglie Reggiani di acquistare vacche per la produzione del latte, che fino al 1973 veniva venduto direttamente ai sangiorgesi.

Dal lavoro contadino al servizio sociale a favore della collettività

Pochi anni dopo, la cascina terminò la sua storia legata al mondo contadino, all’allevamento degli animali e alla conduzione a mezzadria del fondo agricolo, con le sue dure condizioni di vita e di fatica, per iniziare un’altra fase dedicata a servizio della collettività.

Nel 1980, l’Amministrazione comunale di San Giorgio decise di espropriare quell’area al proprietario Sig. Pietro Atti, per “realizzare dei servizi sociali nel centro ricreativo e culturale del primo P.E.E.P. (Piano di Edilizia economica popolare)”. In un quartiere che allora era in espansione, veniva quindi creato un centro di aggregazione per la collettività, valorizzando una corte colonica che ricordava le radici agricole del nostro paese.
Poiché l’intervento sull’edificio si presentava consistente, si preferì sistemare dapprima l’area cortiliva, rendendola accessibile a tutti come spazio pubblico. Questo nuovo parco fu intitolato “parco della Pace”, su suggerimento dei bambini che frequentavano la Scuola comunale dell’infanzia.

Dopo l’abbattimento della vecchia casa colonica e l’eliminazione dei problemi statici della stalla-fienile, si proseguì con la ristrutturazione progettata dall’Architetta Giampaola Salsini, che puntava a realizzare nel piano terreno una sala polifunzionale con arredi mobili, utilizzando anche le vecchie mangiatoie come basi per le sedute. A destra dell’ingresso principale, il progetto proponeva di ricavare una piccola zona bar, utilizzabile sia per le iniziative all’interno dello stabile sia dagli utenti del parco. Nello spazio adiacente l’ex magazzino, si prevedeva di ricavare i servizi igienici e il locale per la caldaia. Una scala in ferro doveva poi permettere l’accesso al piano superiore, dove la zona del fienile doveva diventare una sala da destinare a riunioni, congressi o mostre.

Le necessità della scuola superiore cambiano i piani

A modificare i propositi iniziali intervenne però un’emergenza: la necessità di trovare locali adatti alla scuola Aldrovandi. Questa scuola superiore, con una sede staccata per segretari d’azienda, era presente a San Giorgio già dal 1968, in locali di proprietà del Beneficio parrocchiale. Nel tempo il numero degli studenti dell’Istituto era cresciuto moltissimo, ed erano stati acquisiti spazi per creare nuove aule. Nell’anno scolastico 1981/82, i 127 alunni erano distribuiti in più aule, tra i locali dell’ex Coop in via Libertà, in biblioteca e in via Dante. Mentre l’Amministrazione comunale invitava la Provincia a realizzare una nuova scuola superiore, era quindi necessario sistemare convenientemente le sezioni della scuola, e l’edificio nel parco della Pace fu scelto per ospitare cinque aule dell’istituto.

Col tempo, le esigenze e le opportunità per la scuola superiore cambiarono ancora, e l’edificio dell’ex casa-fienile non più utilizzato dagli studenti tornò alla sua prima destinazione di luogo di aggregazione per i cittadini di San Giorgio. Questa parte di storia ci viene raccontata da Giuseppe Orsoni (nell’opuscolo del decennale sopra citato), il quale ci ricorda che furono numerose, in quei primi anni Novanta, le adesioni alla proposta di costituire un Centro anziani, e che dal febbraio del 1993 l’attività del centro iniziò in modo organico e autogestito.

L’istituzione del Centro anziani

Il primo comitato di gestione, presieduto dal 1993 al 2001 da Giuseppe Orsoni, organizzò i lavori di riadattamento, che comportarono interventi murari eseguiti dai volontari per 700 ore, richiedendo una notevole organizzazione, con un prestito del centro di Castel Maggiore e una sottoscrizione nel paese per sostenere le necessità economiche. Il 5 febbraio del 1994, finalmente, avvenne l’inaugurazione ufficiale.
L’operosità dei volontari continuò, offrendo ai soci un luogo dove ritrovarsi ogni giorno, con un programma di iniziative di svago, di interesse culturale e di solidarietà. Ma il centro doveva ingrandirsi ancora, e tra il 1995 e il 1996 iniziarono lavori per dotarlo di una cucina e di una saletta aggiuntiva.

Nello stabile cominciarono a convivere due realtà differenti ma ben integrate tra loro, in un bellissimo rapporto tra generazioni diverse. Il piano superiore fu infatti utilizzato come ludoteca, dove bambine e bambini potevano trovare uno spazio per socializzare e giocare, mentre nel piano terreno il Centro anziani si popolava sempre di più.
Per il Centro sociale perdurava l’esigenza di trovare nuovi spazi, e alla fine degli anni Novanta, quando la ludoteca fu trasferita in altri ambienti, anche il piano superiore fu utilizzato. Le presidenze successive di Sauro Rossi (dal 2001 al 2011) e di Teresa Bonaffini (dal 2011 al 2018) ci riportano alla storia attuale di grande impegno dedizione, condiviso con tanti bravissimi volontari.

Termina qui la storia oiù che centenaria della ex stalla e fienile Reggiani, e possiamo ben dire che, grazie a tutti i volontari del passato e del presente, l’edificio ha ben raggiunto il fine ipotizzato dagli Amministratori comunali degli anni Ottanta: essere un punto di riferimento e d’incontro attivo per tutto il Comune di San Giorgio di Piano, nel ricordo dell’antica tradizione di ritrovarsi nella “stalla” per trascorrere insieme momenti sereni di vita.